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compagne e cari compagni e graditi ospiti, nel promuovere questo
nostro convegno su "Mobbing e ....dintorni", ci siamo
chiesti in Segreteria CGIL prima e in Comitato Direttivo poi, se
volontà di mettere alla prova certezze consolidate nel tempo,
capacità di porsi in discussione, di aprirsi ad un'integrazione
della negoziazione quotidiana nei luoghi di lavoro, avesse una ragione
d'essere rispetto a questo mal sottile che pur abbiamo riscontrato
e riscontriamo in decine di casi.
In buona sostanza, se i problemi della disoccupazione e della inoccupazione,
dei diritti negati, delle antiche ma purtroppo in quanto ancora
largamente praticate, violenze perpetrate nelle fabbriche, negli
uffici, nei cantieri e nei nuovi lavori, non dovessero continuare
ad avere una prevalenza totalizzante su tutto il resto.
Ci siamo detti che no, così non poteva e non doveva continuare
ad essere, non fosse altro perché noi tutti consumiamo, sui
luoghi di lavoro, almeno due terzi della nostra giornata, una parte
consistente della nostra vita, un momento, non solo di reddito ma
anche di interazione sociale, di rapporti di contatti con le altre
persone. E quel che ci accade in quelle lunghe ore condiziona, nella
sostanza delle cose, la nostra vita che da esse non è separabile.
E siccome non siamo o non ci consideriamo o non vogliamo essere
né impiegati, né mestieranti, ma militanti in una
organizzazione quale è la CGIL, della militanza attiva ci
interessa e ci riguarda anche la curiosità dell'intelligenza,
il voler comprendere quello che realmente accade per attrezzarci
culturalmente, per dotarci della strumentazione necessitante a contrastare
fenomeni sempre più presenti.
Vedete, care compagne e cari compagni, amici, fra il tanto decantato
"nuovo" che avanza, fra le tante nuove forme di lavoro
che insistono, fra i tanti nuovi lavori, vi sono anche nuove forme
di sfruttamento dell'uomo sull'uomo, terrore psicologico, violenze
verbali, astuti boicottaggi, dinamiche persecutorie, forme di emarginazione,
di isolamento, dequalificazione professionale, trasferimenti improvvisi
e ripetuti, privazione o cambiamento immotivato della normale attività
lavorativa,impossibilità ad accedere ad informazioni, a comunicare,
interferenze continue, malversazioni quotidiane, volontà
espressa di predominio assoluto ed altro, molto altro ancora, in
pratica strategie precise e deliberatamente messe in atto per causare
danni alle persone colpite o per allontanarle o farle allontanare
dal loro lavoro.
Il tutto va sotto il nome di mobbing, un termine straniero che per
semplicità ed immediatezza ci consente di affermare una cosa
senza tante parole. Si tratta in sostanza di dar nome a quello stress
continuo provocato dal comportamento dei colleghi, dirigenti ed
altri, aggressivo, e vessatorio e non l'abituale stress che si accumula
sul luogo di lavoro per altre ragioni.
Il lavoratore o la lavoratrice che ne è soggetto, che ne
è colpito, si ammala nel vero senso della parola. Il fenomeno
è davvero diffuso e in alcuni paesi europei è considerato
una malattia professionale e lo si vuole assimilare a un reato di
natura penale. In Italia accusiamo un notevole ritardo, si studia
solo da pochi anni, pur tuttavia, è stata presentata in Parlamento
una proposta di legge nel Luglio 1996 che vuole prevedere il reato
di mobbing e perseguirlo penalmente, equiparandolo a un reato verso
la persona e verso la società.
Conoscere, imparare, attrezzarsi, per noi sindacalisti, per i nostri
quadri dirigenti di fabbrica, uffici, cantieri, per chi fa negoziazione
nei luoghi di lavoro ad ogni livello, vuol dire essere nella condizione
di intervenire sui casi di danni psicofisici e biologici, vuol dire
sapere valutare le condizioni di sicurezza lavorativa che devono
essere garantite a ciascuno, vuol dire non lasciare solo nessuno
con il suo problema. Problema grande, a volte fonte di malattia,
a volte fonte di reazioni violente, a volte fonte di autolicenziamento,
sempre e comunque fonte di sofferenza, di disagio, di cattiva qualità
di vivere non solo quei due terzi della giornata ma tutta la giornata,
tutto il vivere quotidiano.
Dobbiamo imparare a capire la situazione di pericolo della vittima,
saper essere presenti, pur consci che gli strumenti a disposizione
del sindacato non sono sempre sufficienti anche perché, spesso,
il responsabile di tali aggressivi e lesivi comportamenti è
"formalmente" i regola,anzi, a volte, riesce a far apparire
colpevole la vittima.
Vi è un lavora da fare anche da parte delle aziende: chi
si occupa di direzione del personale deve essere in grado di capire
ed intervenire su questi fenomeni sin dal loro primo manifestarsi.
E non tollerare , o addirittura, promuovere, se non per sensibilità
sociale, come pur dovrebbe essere e come è auspicabile che
sia, quanto meno per i costi derivanti in termini di assenze per
malattia, sostituzioni, mancata produzione e/o produttività.
Con il convegno di oggi noi intendiamo abbattere un muro di non
attenzione e di non conoscenze, per aprire una strada di tutela
individuale e collettiva anche su questo versante. Un versante che
per molti versi ha un sapore antico, ma che ha assunto nuove forme
e nuova veste.
La nostra è una CGIL di provincia, di una provincia anche
piccola. Noi non abbiamo certo la presunzione di saper affrontare
e ancor meno di risolvere grandi temi. Forse proprio per questo
vogliamo misurarci con i problemi dei lavoratori, dei nostri iscritti
e non vogliamo sottrarci a questo impegno e per quello che possiamo
e per quello che sappiamo siamo quì per dare una mano d'aiuto.
le tante gradite presenze questa mattina, testimoniano che l'aver
deciso di promuovere questo convegno è stata una decisione
saggia. La relazione del Professor Harald Ege che seguirà
questa mia breve presentazione, le comunicazioni previste e le conclusioni
della compagna Betty Leone, segretaria nazionale CGIL, ci saranno
di grande aiuto. Ne abbiamo bisogno perché il problema che
affrontiamo non è per noi di carattere culturale: noi abbiamo
registrato e registriamo decine di casi, siamo a conoscenza di un
grumo vissuto che ci preoccupa fortemente, dobbiamo attrezzarci
a saper prevenire, a saper assistere, a saper intervenire. Tutta
la struttura della CGIL deve essere messa in condizioni conoscitive
operative tali da essere pronta, motivata, preparata. Un lavoro
difficile, ma necessario.
Intendiamo provarci anche per arricchire il patrimonio su cui stiamo
scrivendo la carta d'identità di un sindacato nuovo.
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