| Avrete
sicuramente sentito parlare di mobbing dai mass media. Si tratta
di un fenomeno solo apparentemente nuovo: in effetti è nuova
solo la teorizzazione del mobbing.
Mobbing viene dal termine inglese to Mob che significa accerchiare,
assaltare. E' stato usato nell'Ottocento in Biologia da Konrad Lorenz
per spiegare il fenomeno che si verifica quando un nido di uccelli
viene attaccato da un altro uccello e tutti gli occupanti si mettono
insieme per difendere il nido. Il mobbing è dunque la lotta
per il punto più alto.
Il mobbing che ci interessa più da vicino, però, è
il terrore psicologico esercitato sul posto di lavoro da uno o più
mobber, cioè aggressori, contro una o più vittime,
o mobizzati. La gamma delle azioni mobizzanti che gli aggressori
possono mettere in atto è enorme: si va dalla calunnia, al
sabotaggio, a veri e propri atti di violenza. Mi è capitato
un caso, in Toscana, in cui una vittima di Mobbing è stat
spinta giù dalle scale: nei registri dell'azienda l'episodio
invece figurava come una caduta accidentale. Questo esempio ci mostra
come ci siano casi di mobbing estremamente difficili da dimostrare
sotto il profilo giuridico, perchè non ci sono testimoni
al di fuori dei protagonisti oppure ci sarebbero ma preferiscono
non parlare perchè hanno paura di subire vendette o di perdere
il posto di lavoro.
Il mobbing è essenzialmente una comunicazione negativa, in
cui la vittima è destinata sempre ad avere la peggio. Finchè
le due parti in opposizione hanno forze uguali, ugualmente la situazione
è quella di un conflitto; quando invece le forze si squilibrano
allora abbiamo il mobbing: la parte più debole viene presa
di mira e da allora si troverà sempre nella posizione di
vittima. Una volta stigmatizzata, la vittima rimane vittima e non
c'è più niente da fare. Essere vittima infatti non
dipende dal carattere ma dall'ambiente.
Proprio domani inizia a Helsinki il congresso europeo di psicologia
del lavoro, a cui, come ormai da anni, prenderò parte presentando
i risultati della prima ricerca italiana sul Mobbing. Per la prima
volta a Helsinki ci saranno ben tre simposi sul mobbing, cosa che
non è mai successa. Due anni fa a Verona ce n'era uno e anche
quattro anni fa in Ungheria ce n'era uno soltanto. La ricerca sul
mobbing quindi è in netto sviluppo.
In questi congressi europei, la cosa interessante è la possibilità
di vedere le diverse correnti di pensiero e di conoscere i metodi
e le strategie della ricerca nei vari Paesi Europei. Come sentite
dalla mia pronuncia , io sono tedesco, anche se da anni vivo nel
vostro Paese, ma sono orgoglioso di rappresentare l'Italia nei congressi
europei,
perché le mie ricerche sul mobbing riguardano appunto l'Italia.
Qual è la particolarità del mobbing in Italia nei
confronti degli altri Paesi? In Italia, come in tutti i Paesi mediterranei
abbiamo un forte legame familiare: la famiglia è fondamentale
in Italia, come anche in Spagna, come in Grecia, perché?
La famiglia è datrice di lavoro, significa assicurazione,
significa casa di riposo, significa ospedale, significa pensione,
è insomma il luogo dove ci sentiamo bene, in cui i famigliari
ci aiutano e ci danno sostegno.
Quando entra in gioco il mobbing però, le relazioni famigliari
cambiano. Immaginate la situazione di una persona mobizzata. Cosa
vuol dire essere mobizzato? Significa essere sottoposto a pressioni
psicologiche enormi per otto ore al giorno che a lungo andare possono
causare gravi conseguenze sulla salute: problemi psicosomatici,
insonnia, depressione, etc. Immaginate dunque di essere sposati
con una persona depressa: vostro marito o vostra moglie arriva ogni
sera a casa di malumore e nervoso, parla solo dei suoi problemi
di lavoro, racconta che oggi gli hanno fatto questo e quello, si
lamenta che è tutta un'ingiustizia; oppure non parla, è
apatico, si mette davanti alla tv per tre o quattro ore e dopo va
a dormire; il giorno dopo di nuovo la stessa cosa, e così
via per mesi ed anni. All'inizio, voi che nel nostro esempio siete
la sua famiglia cercate di capirlo e di consolarlo, ma per quanto
potete andare avanti?
A un certo punto, dunque, arriva la famosa goccia che fa traboccare
il vaso e quella famiglia, quella moglie o quel marito che avevano
sopportato fino ad un certo punto non ne possono più. In
Italia si dice "chi va con lo zoppo impara a zoppicare",
è proprio così: convivere con una persona che soffre
di depressione porta anche gli altri a vedere tutto nero e a prendere
decisioni anche estreme. Purtroppo non esiste una statistica , ma
quante separazioni, quanti divorzi sono causati dal mobbing sul
lavoro che è entrato in casa e ha minato irreparabilmente
le relazioni famigliari?
In breve è come se la famiglia, dopo un certo periodo di
sopportazione, si ribellasse contro il congiunto mobizzato, che
con i suoi problemi ha portato tra le mura domestiche malumori e
tensioni. Ho chiamato questo fenomeno "doppio mobbing":
la famiglia si rivolge contro la vittima. All'inizio la vittima
cerca una valvola di sfogo per tutte le angherie e cattiverie che
subisce e la trova naturalmente nell'ambiente che più gli
è vicino, ossia la famiglia, ma ad un certo punto questa
comincia a reagire e a difendersi: ecco allora i vari "lasciami
in pace", "non m'interessa più", etc. E infine
arriviamo alla situazione del doppio mobbing: la vittima si sente
isolata da tutti, sul posto di lavoro subisce cattiverie e a casa
in famiglia non può più parlare e trovare sollievo
perché i suoi lo ignorano o lo maltrattano. Non è
raro che la vicenda sfoci in modo tragico. Nelle cronache dei giornali
spesso sta scritto che una persona si è suicidata per problemi
con la famiglia: quanto mobbing c'è dietro questi casi limite?
Ciò non vuol dire che il mobbing sia la causa del suicidio,
ma una concausa probabilmente sì.
Abbiamo anche altri aspetti peculiari del mobbing in Italia, per
esempio i contratti di formazione. Questi contratti sono, a mio
avviso, una forma di schiavitù moderna: una persona laureata,
con alle spalle cinque sei anni di lavoro duro e non retribuito
svolto all'università per ottenere il titolo, si ritrova
a dover lavorare per uno stipendio ridicolo di un milione e trecento
mila lire, spesso con cinquanta, sessanta ore di lavoro non pagato,
in nero o straordinario e ancora più spesso costretto a fare
lavoracci dequalificanti. Con un milione e trecentomila lire in
una città come Bologna non si riesce nemmeno a pagare l'affitto:
ecco allora che una persona è costretta ad appoggiarsi alla
famiglia o ad un'altra persona che guadagna. Ci sono aziende che
giocano proprio sui contratti di formazione: ne fanno un certo numero
ogni anno, sfruttano il dipendente facendogli fare tutti i lavoracci
che nessuno vuole fare e quando il contratto è scaduto non
lo rinnovano, ma assumono altri giovani in formazione. Ditemi voi
se questo non è mobbing.
E infine arriviamo alla situazione del doppio mobbing: la vittima
si sente isolata da tutti, sul posto di lavoro subisce cattiverie
e a casa in famiglia non si può più parlare e trovare
sollievo perché i suoi lo ignorano o lo maltrattano. Non
è raro che la vicenda sfoci in modo tragico. Nelle cronache
dei giornali spesso sta scritto che una persona si è suicidata
per problemi con la famiglia: quanto mobbing c’è dietro
questo caso limite?
Ciò non vuol dire che il mobbing sia la causa del suicidio,
ma una concausa probabilmente sì.
Abbiamo anche altri aspetti peculiari del mobbing in Italia, per
esempio i contratti di formazione. Questi contratti sono, a mio
avviso, una forma di schiavitù moderna: una persona laureata
con alle spalle 5-6 anni di lavoro duro e non retribuito svolto
all’ università per ottenere il titolo, si ritrova
a dover lavorare per uno stipendio ridicolo di un milione e trecentomila
lire, spesso con cinquanta, sessanta ore di lavoro non pagato, in
nero o straordinario e ancora più spesso costretto a fare
lavoracci dequalificanti. Con un milione e trecentomila lire in
una città come Bologna non si riesce neanche a pagare l’
affitto: ecco allora che una persona è costretta ad appoggiarsi
alla famiglia o ad un’ altra persona che guadagna. Ci sono
aziende che giocano proprio sui contratti di formazione: ne fanno
un certo numero ogni anno, sfruttano il dipendente facendogli fare
tutti i lavoracci che nessun vuol fare e quando il contratto è
scaduto non lo rinnovano, ma assumono altri giovani in formazione.
Ditemi voi se questo non è mobbing.
Un’ altra particolarità del mobbing in Italia è
che spesso il mobbing diventa la regola, e non l’ eccezione.
Purtroppo in Italia è ancora molto diffusa l’ opinione
secondo cui chi ci dà lo stipendio, cioè il datore
di lavoro, è anche il padrone e ha il diritto di fare più
o meno quello che vuole, mentre gli stipendiati devono subire come
sudditi. Ciò è naturalmente errato, in quanto il lavoro
è uno scambio: il datore di lavoro mi dà lo stipendio
in cambio della mia forza lavorativa. Si tratta di un contratto
tra pari: lui sarà anche il mio capo sotto l’ aspetto
gerarchico e aziendale, ma ciò non vuol che abbia diritti
straordinari.
L’ idea invece che il datore di lavoro sia una specie di padre-padrone
è alla base do situazioni in cui il mobbing diventa la regola:
diventa normale trattare male le persone sottoposte, che a loro
volta se la prendono con quelli meno potenti di loro, i nuovi arrivati,
i giovani, le donne in ambienti maschili, gli uomini in ambienti
femminili e via dicendo. Questi comportamenti nuocciono gravemente
non solo alla salute, ma anche alla dignità del lavoratore
e andrebbero combattuti e sradicati con decisione.
Passiamo ora ad esaminare come si sviluppa il mobbing. Nel 1997,
sulla base delle mie esperienze, ho elaborato un modello teorico
molto semplice, ma non mi addentrerò in quest’ ambito
un po’ troppo teorico e astratto. L’ importante è
sapere che il mobbing nasce da un conflitto quotidiano non risolto,
che si trascina sotto la superficie e continua a farsi sentire.
In altre parole, nella sua prima fese il mobbing è un semplice
conflitto quotidiano e anche per noi esperti a questo punto è
difficile capire se la situazione si evolverà nel mobbing
o se invece il conflitto si risolverà da un giorno all’
altro senza causare ulteriori problemi.
Noi riconosciamo con sicurezza il mobbing solo quando è ormai
nelle fasi successive, una cosa comunque è certa: nell’
ultima fase del mobbing la vittima lascia in qualche modo il posto
di lavoro: può essere licenziamento, dimissioni, malattia
a lungo termine, prepensionamento, suicidio o varie altre cose.
La vittima dunque in ogni caso perde.
Parliamo ora degli attori del mobbing, cioè di chi prende
parte al mobbing. In prima linea, ovviamente, c’ è
il mobber, l’ aggressore, che può essere una persona,
un gruppo di persone o anche l’ azienda stessa. Facciamo un
esempio per tutti e tre i casi.
La persona singola può decidere di iniziare la sua azione
distruttiva contro qualcuno per il semplice gusto di far male o
può avere un motivo ben calcolato per farlo, per esempio
può essere una persona molto ambiziosa che vede nel collega
un ostacolo alla sua carriera che deve essere eliminato. Di solito
il mobber è di questo tipo, cioè sa esattamente che
sta aggredendo qualcuno e perché lo fa. D’ altra parte,
ci sono anche i mobber per caso, cioè che non sono consapevoli
della propria azione mobbizzante. Per esempio, due colleghi, hanno
diverse opinioni su un problema tecnico: uno ritiene che la soluzione
giusta sia la soluzione A, l’ altro la soluzione B. Può
derivarne un conflitto anche pesante tra i due, al punto che uno
da quel momento può cominciare del tutto inconsapevolmente
a fare mobbing contro l’ altro per vendicarsi. Quello che
sicuramente il mobber non sa sono però i danni che la sua
azione può causare alla salute della sua vittima. Ho sperimentato
dei casi n cui il mobber, una volta portato a conoscenza delle conseguenze
del suo comportamento, è rimasto seriamente impressionato.
Quando invece è l’ azienda stessa a fare mobbing contro
i suoi dipendenti, allora parliamo di bossing. La parola bossing
deriva ovviamente dall’ inglese “boss”, che significa
il capo e indica il mobbing come strategia aziendale. Vediamo un
semplice esempio. Un’ azienda ha problemi economici e deve
diminuire drasticamente il personale. Licenziare però un
certo numero di dipendenti non è facile e inoltre provoca
una pessima pubblicità, perché si mobiliterebbero
sindacati e mass media. Può allora scegliere un’ altra
strategia: rendere il più ostile o scomodo possibile il posto
di lavoro ai dipendenti, costringendoli in pratica ad andarsene
da soli e raggiungendo così il suo scopo senza clamori e
pubblicità negativa.
Vi racconterò il caso di un’ azienda elettromeccanica
tedesca con sede a Monaco di Baviera che doveva assolutamente diminuire
il medio management, cioè il gruppo dirigenziale di mezzo.
Si trattava di persone intorno ai cinquant’ anni, con una
certa responsabilità in ambito aziendale e l’ azienda
voleva assumere una facciata più giovane e dinamica di fronte
ai clienti, oltre al fatto che personale più giovane e con
meno esperienza si sarebbe accontentato di uno stipendio minore.
Bene, cosa ha fatto questa azienda? Ha tolto a questi manager tutti
i privilegi che si erano guadagnati nel corso dei loro anni di lavoro:
auto della ditta, cellulare aziendale, segretaria personale, etc.
Il risultato è stato che dopo qualche mese l’ 80% avevano
dato le dimissioni. Il restante 20%, che non voleva andarsene, ha
subito un ulteriore giro di vite: sono stati costretti a visitare
tutte le filiali dell’ azienda in Germania. Alla fine si sono
dimessi tutti.
L’ altro attore del mobbing è la vittima, il mobbizzato.
Questi riporta conseguenze devastanti dal mobbing che subisce, sia
sul piano della salute, sia su quello economico, perché deve
ricorrere a cure, visite specialistiche, terapie, etc e, nel caso
voglia intraprendere una causa per il risarcimento dei danni, deve
rivolgersi a medici legali, avvocati, etc. e i tempi della giustizia
sono lunghissimi. A parte questo, comunque, la cosa peggiore è
il danno alla salute, che in termini tecnici si chiama danno biologico
o psicosomatico: insonnia, incubi, mal di stomaco, tremori delle
gambe, inappetenza, paure indefinite, tensione, aggressività,
e via dicendo. Si tratta di sintomi psicosomatici, che con l’
andare del tempo diventano cronici, al punto che la persona si ammala
anche seriamente: ci sono studi che hanno dimostrato che, per esempio,
una gastrite di origine nervosa può col tempo provocare un
tumore.
Nel mobbing c’ è poi un terzo attore di cui si parla
pochissimo: lo spettatore. Lo spettatore, che assiste al mobbing
dal di fuori, è importantissimo e determinante, in qualche
caso è detto anche side mobber, perché può
aiutare e collaborare col mobber, anche solo col suo silenzio e
la sua indifferenza. Immaginiamo una persona che assiste al mobbing,
ma pensa “Non sono fatti miei” oppure, “”Perché
devo intromettermi per avere problemi? No, è meglio se non
m’ intrometto”: chi tace acconsente, e il mobbing continua.
Quali sono quindi le conseguenze del mobbing? Per la vittima abbiamo
già parlato della conseguenza sotto l’ aspetto economico
e della salute. Vorrei soffermarmi sulle conseguenze per l’
azienda, un aspetto di solito sottovalutato se non ignorato. L’
azienda può riportare gravissimi danni in seguito al mobbing:
un dipendente mobbizzato infatti non lavora più al cento
per cento, lavora forse l’ ottanta per cento, o il sessanta
per cento o anche di meno. Spesso le aziende non si accorgono di
questo. La Volkswagen lo scorso anno ha calcolato di aver subito
un danno da mobbing di trecento milioni di marchi (trecento miliardi
di lire).
L’ altro danno ingente che il mobbing causa è quello
alla società. Ho fatto un po’ di calcoli: pensate a
una persona che a quarant’ anno va in prepensionamento perché
sul lavoro è mobbizzato e non vede altra soluzione che lasciare:
non paga più i contributi e non produce più per la
società, ma percepisce una pensione che normalmente non gli
spetterebbe fino all’ età pensionabile, diciamo sessantacinque
anni: sono quindici anni di pensione che la società intera
paga in più a una persona che non produce più nulla.
Alla luce di queste considerazioni, sarebbe nel pieno interesse
del lavoratore, dell’ azienda e della società combattere
ed eliminare il mobbing.
Passiamo quindi a valutare quali soluzioni sono possibili al mobbing.
Le soluzioni sono difficili e ovviamente non c’ è una
bacchetta magica: sono infatti necessari esperienza ed anni ed anni
di lavoro sulla materia, perché ogni caso è diverso,
è singolare, abbiamo altri motivi, altre persone, altri andamenti
del mobbing. Si devono analizzare le cause e sulla base dell’
esperienza si deve decidere sul momento.
Noi come associazione Prima, siamo disponibili a lavorare anche
insieme ad organizzazioni sindacali e ad altre associazioni. La
scorsa settimana abbiamo aperto a Firenze un nuovo centro di studi
e consulenza legale, dove valutiamo e portiamo avanti cause per
danni da mobbing. E’ importante che di mobbing si occupino
degli esperti della materia, con esperienza e conoscenze profonde
alle spalle, non basta avere un titolo e leggere qualche libro per
parlare di mobbing, o, peggio, per dare consigli e fornire terapie.
Spero, con questo mio intervento, di avervi dato una piccola idea
su che cosa significa il mobbing. Sono convinto che, se qualcuno
di Voi ha vissuto sulla propria pelle il mobbing – come so
per certo di alcuni che conosco personalmente – allora sa
sicuramente meglio di me cosa vuol dire mobbing.
Vi ringrazio per l’ ascolto.
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