HARALD EGE
Specialista in Relazioni Industriali e del Lavoro; Dottore in Ricerca in Psicologia del Lavoro

Avrete sicuramente sentito parlare di mobbing dai mass media. Si tratta di un fenomeno solo apparentemente nuovo: in effetti è nuova solo la teorizzazione del mobbing.
Mobbing viene dal termine inglese to Mob che significa accerchiare, assaltare. E' stato usato nell'Ottocento in Biologia da Konrad Lorenz per spiegare il fenomeno che si verifica quando un nido di uccelli viene attaccato da un altro uccello e tutti gli occupanti si mettono insieme per difendere il nido. Il mobbing è dunque la lotta per il punto più alto.
Il mobbing che ci interessa più da vicino, però, è il terrore psicologico esercitato sul posto di lavoro da uno o più mobber, cioè aggressori, contro una o più vittime, o mobizzati. La gamma delle azioni mobizzanti che gli aggressori possono mettere in atto è enorme: si va dalla calunnia, al sabotaggio, a veri e propri atti di violenza. Mi è capitato un caso, in Toscana, in cui una vittima di Mobbing è stat spinta giù dalle scale: nei registri dell'azienda l'episodio invece figurava come una caduta accidentale. Questo esempio ci mostra come ci siano casi di mobbing estremamente difficili da dimostrare sotto il profilo giuridico, perchè non ci sono testimoni al di fuori dei protagonisti oppure ci sarebbero ma preferiscono non parlare perchè hanno paura di subire vendette o di perdere il posto di lavoro.
Il mobbing è essenzialmente una comunicazione negativa, in cui la vittima è destinata sempre ad avere la peggio. Finchè le due parti in opposizione hanno forze uguali, ugualmente la situazione è quella di un conflitto; quando invece le forze si squilibrano allora abbiamo il mobbing: la parte più debole viene presa di mira e da allora si troverà sempre nella posizione di vittima. Una volta stigmatizzata, la vittima rimane vittima e non c'è più niente da fare. Essere vittima infatti non dipende dal carattere ma dall'ambiente.
Proprio domani inizia a Helsinki il congresso europeo di psicologia del lavoro, a cui, come ormai da anni, prenderò parte presentando i risultati della prima ricerca italiana sul Mobbing. Per la prima volta a Helsinki ci saranno ben tre simposi sul mobbing, cosa che non è mai successa. Due anni fa a Verona ce n'era uno e anche quattro anni fa in Ungheria ce n'era uno soltanto. La ricerca sul mobbing quindi è in netto sviluppo.
In questi congressi europei, la cosa interessante è la possibilità di vedere le diverse correnti di pensiero e di conoscere i metodi e le strategie della ricerca nei vari Paesi Europei. Come sentite dalla mia pronuncia , io sono tedesco, anche se da anni vivo nel vostro Paese, ma sono orgoglioso di rappresentare l'Italia nei congressi europei,
perché le mie ricerche sul mobbing riguardano appunto l'Italia.
Qual è la particolarità del mobbing in Italia nei confronti degli altri Paesi? In Italia, come in tutti i Paesi mediterranei abbiamo un forte legame familiare: la famiglia è fondamentale in Italia, come anche in Spagna, come in Grecia, perché? La famiglia è datrice di lavoro, significa assicurazione, significa casa di riposo, significa ospedale, significa pensione, è insomma il luogo dove ci sentiamo bene, in cui i famigliari ci aiutano e ci danno sostegno.
Quando entra in gioco il mobbing però, le relazioni famigliari cambiano. Immaginate la situazione di una persona mobizzata. Cosa vuol dire essere mobizzato? Significa essere sottoposto a pressioni psicologiche enormi per otto ore al giorno che a lungo andare possono causare gravi conseguenze sulla salute: problemi psicosomatici, insonnia, depressione, etc. Immaginate dunque di essere sposati con una persona depressa: vostro marito o vostra moglie arriva ogni sera a casa di malumore e nervoso, parla solo dei suoi problemi di lavoro, racconta che oggi gli hanno fatto questo e quello, si lamenta che è tutta un'ingiustizia; oppure non parla, è apatico, si mette davanti alla tv per tre o quattro ore e dopo va a dormire; il giorno dopo di nuovo la stessa cosa, e così via per mesi ed anni. All'inizio, voi che nel nostro esempio siete la sua famiglia cercate di capirlo e di consolarlo, ma per quanto potete andare avanti?
A un certo punto, dunque, arriva la famosa goccia che fa traboccare il vaso e quella famiglia, quella moglie o quel marito che avevano sopportato fino ad un certo punto non ne possono più. In Italia si dice "chi va con lo zoppo impara a zoppicare", è proprio così: convivere con una persona che soffre di depressione porta anche gli altri a vedere tutto nero e a prendere decisioni anche estreme. Purtroppo non esiste una statistica , ma quante separazioni, quanti divorzi sono causati dal mobbing sul lavoro che è entrato in casa e ha minato irreparabilmente le relazioni famigliari?
In breve è come se la famiglia, dopo un certo periodo di sopportazione, si ribellasse contro il congiunto mobizzato, che con i suoi problemi ha portato tra le mura domestiche malumori e tensioni. Ho chiamato questo fenomeno "doppio mobbing": la famiglia si rivolge contro la vittima. All'inizio la vittima cerca una valvola di sfogo per tutte le angherie e cattiverie che subisce e la trova naturalmente nell'ambiente che più gli è vicino, ossia la famiglia, ma ad un certo punto questa comincia a reagire e a difendersi: ecco allora i vari "lasciami in pace", "non m'interessa più", etc. E infine arriviamo alla situazione del doppio mobbing: la vittima si sente isolata da tutti, sul posto di lavoro subisce cattiverie e a casa in famiglia non può più parlare e trovare sollievo perché i suoi lo ignorano o lo maltrattano. Non è raro che la vicenda sfoci in modo tragico. Nelle cronache dei giornali spesso sta scritto che una persona si è suicidata per problemi con la famiglia: quanto mobbing c'è dietro questi casi limite? Ciò non vuol dire che il mobbing sia la causa del suicidio, ma una concausa probabilmente sì.
Abbiamo anche altri aspetti peculiari del mobbing in Italia, per esempio i contratti di formazione. Questi contratti sono, a mio avviso, una forma di schiavitù moderna: una persona laureata, con alle spalle cinque sei anni di lavoro duro e non retribuito svolto all'università per ottenere il titolo, si ritrova a dover lavorare per uno stipendio ridicolo di un milione e trecento mila lire, spesso con cinquanta, sessanta ore di lavoro non pagato, in nero o straordinario e ancora più spesso costretto a fare lavoracci dequalificanti. Con un milione e trecentomila lire in una città come Bologna non si riesce nemmeno a pagare l'affitto: ecco allora che una persona è costretta ad appoggiarsi alla famiglia o ad un'altra persona che guadagna. Ci sono aziende che giocano proprio sui contratti di formazione: ne fanno un certo numero ogni anno, sfruttano il dipendente facendogli fare tutti i lavoracci che nessuno vuole fare e quando il contratto è scaduto non lo rinnovano, ma assumono altri giovani in formazione. Ditemi voi se questo non è mobbing.
E infine arriviamo alla situazione del doppio mobbing: la vittima si sente isolata da tutti, sul posto di lavoro subisce cattiverie e a casa in famiglia non si può più parlare e trovare sollievo perché i suoi lo ignorano o lo maltrattano. Non è raro che la vicenda sfoci in modo tragico. Nelle cronache dei giornali spesso sta scritto che una persona si è suicidata per problemi con la famiglia: quanto mobbing c’è dietro questo caso limite?
Ciò non vuol dire che il mobbing sia la causa del suicidio, ma una concausa probabilmente sì.
Abbiamo anche altri aspetti peculiari del mobbing in Italia, per esempio i contratti di formazione. Questi contratti sono, a mio avviso, una forma di schiavitù moderna: una persona laureata con alle spalle 5-6 anni di lavoro duro e non retribuito svolto all’ università per ottenere il titolo, si ritrova a dover lavorare per uno stipendio ridicolo di un milione e trecentomila lire, spesso con cinquanta, sessanta ore di lavoro non pagato, in nero o straordinario e ancora più spesso costretto a fare lavoracci dequalificanti. Con un milione e trecentomila lire in una città come Bologna non si riesce neanche a pagare l’ affitto: ecco allora che una persona è costretta ad appoggiarsi alla famiglia o ad un’ altra persona che guadagna. Ci sono aziende che giocano proprio sui contratti di formazione: ne fanno un certo numero ogni anno, sfruttano il dipendente facendogli fare tutti i lavoracci che nessun vuol fare e quando il contratto è scaduto non lo rinnovano, ma assumono altri giovani in formazione.
Ditemi voi se questo non è mobbing.
Un’ altra particolarità del mobbing in Italia è che spesso il mobbing diventa la regola, e non l’ eccezione. Purtroppo in Italia è ancora molto diffusa l’ opinione secondo cui chi ci dà lo stipendio, cioè il datore di lavoro, è anche il padrone e ha il diritto di fare più o meno quello che vuole, mentre gli stipendiati devono subire come sudditi. Ciò è naturalmente errato, in quanto il lavoro è uno scambio: il datore di lavoro mi dà lo stipendio in cambio della mia forza lavorativa. Si tratta di un contratto tra pari: lui sarà anche il mio capo sotto l’ aspetto gerarchico e aziendale, ma ciò non vuol che abbia diritti straordinari.
L’ idea invece che il datore di lavoro sia una specie di padre-padrone è alla base do situazioni in cui il mobbing diventa la regola: diventa normale trattare male le persone sottoposte, che a loro volta se la prendono con quelli meno potenti di loro, i nuovi arrivati, i giovani, le donne in ambienti maschili, gli uomini in ambienti femminili e via dicendo. Questi comportamenti nuocciono gravemente non solo alla salute, ma anche alla dignità del lavoratore e andrebbero combattuti e sradicati con decisione.
Passiamo ora ad esaminare come si sviluppa il mobbing. Nel 1997, sulla base delle mie esperienze, ho elaborato un modello teorico molto semplice, ma non mi addentrerò in quest’ ambito un po’ troppo teorico e astratto. L’ importante è sapere che il mobbing nasce da un conflitto quotidiano non risolto, che si trascina sotto la superficie e continua a farsi sentire.
In altre parole, nella sua prima fese il mobbing è un semplice conflitto quotidiano e anche per noi esperti a questo punto è difficile capire se la situazione si evolverà nel mobbing o se invece il conflitto si risolverà da un giorno all’ altro senza causare ulteriori problemi.
Noi riconosciamo con sicurezza il mobbing solo quando è ormai nelle fasi successive, una cosa comunque è certa: nell’ ultima fase del mobbing la vittima lascia in qualche modo il posto di lavoro: può essere licenziamento, dimissioni, malattia a lungo termine, prepensionamento, suicidio o varie altre cose. La vittima dunque in ogni caso perde.
Parliamo ora degli attori del mobbing, cioè di chi prende parte al mobbing. In prima linea, ovviamente, c’ è il mobber, l’ aggressore, che può essere una persona, un gruppo di persone o anche l’ azienda stessa. Facciamo un esempio per tutti e tre i casi.
La persona singola può decidere di iniziare la sua azione distruttiva contro qualcuno per il semplice gusto di far male o può avere un motivo ben calcolato per farlo, per esempio può essere una persona molto ambiziosa che vede nel collega un ostacolo alla sua carriera che deve essere eliminato. Di solito il mobber è di questo tipo, cioè sa esattamente che sta aggredendo qualcuno e perché lo fa. D’ altra parte, ci sono anche i mobber per caso, cioè che non sono consapevoli della propria azione mobbizzante. Per esempio, due colleghi, hanno diverse opinioni su un problema tecnico: uno ritiene che la soluzione giusta sia la soluzione A, l’ altro la soluzione B. Può derivarne un conflitto anche pesante tra i due, al punto che uno da quel momento può cominciare del tutto inconsapevolmente a fare mobbing contro l’ altro per vendicarsi. Quello che sicuramente il mobber non sa sono però i danni che la sua azione può causare alla salute della sua vittima. Ho sperimentato dei casi n cui il mobber, una volta portato a conoscenza delle conseguenze del suo comportamento, è rimasto seriamente impressionato.
Quando invece è l’ azienda stessa a fare mobbing contro i suoi dipendenti, allora parliamo di bossing. La parola bossing deriva ovviamente dall’ inglese “boss”, che significa il capo e indica il mobbing come strategia aziendale. Vediamo un semplice esempio. Un’ azienda ha problemi economici e deve diminuire drasticamente il personale. Licenziare però un certo numero di dipendenti non è facile e inoltre provoca una pessima pubblicità, perché si mobiliterebbero sindacati e mass media. Può allora scegliere un’ altra strategia: rendere il più ostile o scomodo possibile il posto di lavoro ai dipendenti, costringendoli in pratica ad andarsene da soli e raggiungendo così il suo scopo senza clamori e pubblicità negativa.
Vi racconterò il caso di un’ azienda elettromeccanica tedesca con sede a Monaco di Baviera che doveva assolutamente diminuire il medio management, cioè il gruppo dirigenziale di mezzo. Si trattava di persone intorno ai cinquant’ anni, con una certa responsabilità in ambito aziendale e l’ azienda voleva assumere una facciata più giovane e dinamica di fronte ai clienti, oltre al fatto che personale più giovane e con meno esperienza si sarebbe accontentato di uno stipendio minore. Bene, cosa ha fatto questa azienda? Ha tolto a questi manager tutti i privilegi che si erano guadagnati nel corso dei loro anni di lavoro: auto della ditta, cellulare aziendale, segretaria personale, etc. Il risultato è stato che dopo qualche mese l’ 80% avevano dato le dimissioni. Il restante 20%, che non voleva andarsene, ha subito un ulteriore giro di vite: sono stati costretti a visitare tutte le filiali dell’ azienda in Germania. Alla fine si sono dimessi tutti.
L’ altro attore del mobbing è la vittima, il mobbizzato.
Questi riporta conseguenze devastanti dal mobbing che subisce, sia sul piano della salute, sia su quello economico, perché deve ricorrere a cure, visite specialistiche, terapie, etc e, nel caso voglia intraprendere una causa per il risarcimento dei danni, deve rivolgersi a medici legali, avvocati, etc. e i tempi della giustizia sono lunghissimi. A parte questo, comunque, la cosa peggiore è il danno alla salute, che in termini tecnici si chiama danno biologico o psicosomatico: insonnia, incubi, mal di stomaco, tremori delle gambe, inappetenza, paure indefinite, tensione, aggressività, e via dicendo. Si tratta di sintomi psicosomatici, che con l’ andare del tempo diventano cronici, al punto che la persona si ammala anche seriamente: ci sono studi che hanno dimostrato che, per esempio, una gastrite di origine nervosa può col tempo provocare un tumore.
Nel mobbing c’ è poi un terzo attore di cui si parla pochissimo: lo spettatore. Lo spettatore, che assiste al mobbing dal di fuori, è importantissimo e determinante, in qualche caso è detto anche side mobber, perché può aiutare e collaborare col mobber, anche solo col suo silenzio e la sua indifferenza. Immaginiamo una persona che assiste al mobbing, ma pensa “Non sono fatti miei” oppure, “”Perché devo intromettermi per avere problemi? No, è meglio se non m’ intrometto”: chi tace acconsente, e il mobbing continua.
Quali sono quindi le conseguenze del mobbing? Per la vittima abbiamo già parlato della conseguenza sotto l’ aspetto economico e della salute. Vorrei soffermarmi sulle conseguenze per l’ azienda, un aspetto di solito sottovalutato se non ignorato. L’ azienda può riportare gravissimi danni in seguito al mobbing: un dipendente mobbizzato infatti non lavora più al cento per cento, lavora forse l’ ottanta per cento, o il sessanta per cento o anche di meno. Spesso le aziende non si accorgono di questo. La Volkswagen lo scorso anno ha calcolato di aver subito un danno da mobbing di trecento milioni di marchi (trecento miliardi di lire).
L’ altro danno ingente che il mobbing causa è quello alla società. Ho fatto un po’ di calcoli: pensate a una persona che a quarant’ anno va in prepensionamento perché sul lavoro è mobbizzato e non vede altra soluzione che lasciare: non paga più i contributi e non produce più per la società, ma percepisce una pensione che normalmente non gli spetterebbe fino all’ età pensionabile, diciamo sessantacinque anni: sono quindici anni di pensione che la società intera paga in più a una persona che non produce più nulla.
Alla luce di queste considerazioni, sarebbe nel pieno interesse del lavoratore, dell’ azienda e della società combattere ed eliminare il mobbing.
Passiamo quindi a valutare quali soluzioni sono possibili al mobbing. Le soluzioni sono difficili e ovviamente non c’ è una bacchetta magica: sono infatti necessari esperienza ed anni ed anni di lavoro sulla materia, perché ogni caso è diverso, è singolare, abbiamo altri motivi, altre persone, altri andamenti del mobbing. Si devono analizzare le cause e sulla base dell’ esperienza si deve decidere sul momento.
Noi come associazione Prima, siamo disponibili a lavorare anche insieme ad organizzazioni sindacali e ad altre associazioni. La scorsa settimana abbiamo aperto a Firenze un nuovo centro di studi e consulenza legale, dove valutiamo e portiamo avanti cause per danni da mobbing. E’ importante che di mobbing si occupino degli esperti della materia, con esperienza e conoscenze profonde alle spalle, non basta avere un titolo e leggere qualche libro per parlare di mobbing, o, peggio, per dare consigli e fornire terapie.
Spero, con questo mio intervento, di avervi dato una piccola idea su che cosa significa il mobbing. Sono convinto che, se qualcuno di Voi ha vissuto sulla propria pelle il mobbing – come so per certo di alcuni che conosco personalmente – allora sa sicuramente meglio di me cosa vuol dire mobbing.
Vi ringrazio per l’ ascolto.


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