EDGARDO PIANTIERI
Segreteria Funzione Pubblica Cgil Teramo
Intervenire dopo la relazione e le comunicazioni degli illustri oratori che mi hanno preceduto, non è compito facile.
Il titolo di questo convegno è “Mobbing e…..dintorni”.
Cercherò di porre l’accento, per quanto mi è possibile sui “dintorni” cioè di coloro che vivono ai confini del mobbing.
L’allora ministro del lavoro Tiziano Treu annunciò con un’intervista ad un quotidiano nazionale, un’indagine su violenze e intimidazioni sul lavoro, fenomeno che in Italia da un ricerca effettuata dall’Ufficio Internazionale del Lavoro riguarda circa 800.000 mila persone pari a 4% della forza lavoro. Nell’Unione Europea sono state vittime di violenza sul lavoro 21 milioni di persone tra cui 3 milioni di violenze sessuali, 12 milioni per intimidazione e 6 milioni per violenza fisica (qui bisogna distinguere la violenza che viene dall’esterno, infatti, secondo l’indagine è a rischio di violenza soprattutto chi fa un lavoro solitario come tassisti, gestori dei distributori di benzina e farmacisti ma anche chi lavora nell’istruzione; sanità, banche, poste, etc.) da quella violenza che nasce sul posto di lavoro ricordo.
L’art.1 della nostra Costituzione recita: L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Però il diritto al lavoro ed a un lavoro che permetta non solo di portare a casa un reddito, ma anche di realizzare delle aspirazioni e delle capacità personali non si può dire che sia ancora realizzato.
A tutti prima o poi succede sul lavoro di trovarsi a disagio per il comportamento del datore di lavoro, di un collega, di subire un torto o un’ingiustizia, oppure di doversi piegare davanti a un’imposizione o adattarsi a una condizione sgradevole.
Il mobbing, questo fenomeno poco conosciuto ma molto più diffuso di quel che appare, indica una situazione che si viene a verificare quando un dipendente o un gruppo viene “preso di mira”, escludendoli dai rapporti interpersonali, isolandoli nelle loro attività di lavoro scaricandogli tutti i lavori spiacevoli creando un vero e proprio “terrore psicologico del posto di lavoro”.
L’idea del mobbing è sempre quella di distruggere psicologicamente e professionalmente qualcuno, con l’obiettivo di portarlo alle dimissioni volontarie. Scrive Paola Zanuttini di Repubblica che il mobbing per quanto odioso e perverso, è a suo modo democratico: colpisce in tutti gli ambienti di lavoro e in tutte le culture, non ha pregiudizi sessuali, né gerarchici, né etnici, né di età.
Qualcuno lo chiama mal d’ufficio, qualcuno stress, persecuzione ecc.. ma il mobbing come è stato detto è molto di più. Comunque sia, le due testimonianze che vi leggo ci danno il senso di questa nuova malattia. La prima riguarda una lavoratrice di un’azienda privata: ”Sono impiegata in una fabbrica di confezioni della Val Vibrata.
I rapporti con la ditta si sono incrinati da quasi 2 anni, prima andava tutto bene. Premetto che il titolare quando ha deciso di far andare via un dipendente ha usato la stessa tattica che sta adoperando con me, con tutti c’è riuscito fino ad adesso, solo con me non la spunta. Come ripeto sto sopportando questa tattica da quasi due anni perché anche se la mia vita è diventata un tunnel nero, ho la speranza di vederne la fine un giorno. Per vedere cosa? La luce sinonimo di giustizia. Sono entrata in questo tunnel un bel mattino che il titolare decise che non era più gradita la mia presenza. Ero responsabile dell’ufficio acquisti a quei tempi, il mio lavoro era una parte importante della vita, ho dato tanto del mio tempo fino a trascurare la mia famiglia. Adesso mi ritrovo peggio di un barbone perché almeno lui dalla società riceve qualche aiuto, io in quella fabbrica non ricevo nemmeno più il saluto dai ¾ dei dipendenti e tutti sono contro di me. Tutto è diventato un inferno quando mi affiancai al sindacato e soprattutto quando decisi nell’Aprile 1998 di iscrivermi e diventare rappresentante sindacale. Era così insopportabile che avrei finito per cedere, se un giorno il titolare non mi avesse minacciato dicendomi: “Alla fine faremo i conti”. A quel momento capii che dovevo far valere i miei diritti. Quello che è successo da quasi due anni è molto lungo e penoso cerco di riassumere e citare vari episodi. Mi è stato tolto il mio lavoro di responsabile dell’ufficio acquisti e per circa nove mesi sono stata messa agli archivi, dopo di che ho subito un intervento, mio doveva portare all’azienda il certificato dell’ospedale, mentre stavo per entrare in sala operatoria, arrivò una telefonata che c’era un telegramma per mio marito, cita testualmente il telegramma inviato dalla ditta: “In riferimento ad eventuali futuri adempimenti relativi alla posizione lavorativa di sua moglie la preghiamo sin d’ora di astenersi dal varcare il limite del cancello dell’Azienda limitandosi a comunicare tramite citofono le ragioni della sua eventuale presenza, sarà nostra cura provvedere immediatamente a quanto di opportunità. Distinti saluti”.
Al mio rientro dall’ospedale le visite fiscali richieste dalla ditta sono piovute, ho ricevuto nei giorni 1,2,3 Maggio 1998 una visita al giorno, fu una raffica fino al mio rientro in azienda dove mi avevano spostata, questa volta in magazzino, dove qualsiasi cosa facessi veniva sottoposta ai più ridicoli controlli e questo fino al Dicembre 1998. sono successe le cose più cattive che si possono immaginare, ero sotto torchio da tutti, ho ricevuto le richieste di giustificazione sul lavoro che svolgevo contraffatte in modo da incolparmi. La stretta collaboratrice del titolare mi negava persino il materiale occorrente per il mio lavoro. A volte veniva in magazzino e poi diceva al responsabile che non stavo facendo niente e poi gli diceva “Fagli fare gli inventari” questo quasi tutti i giorni.
Per circa 300 etichette che non si trovavano e non sicuramente per colpa mia, il titolare fece dire che voleva il colpevole nel suo ufficio, per punirlo, come si fa con un bambino. Mia madre telefonò un giorno perché si sentiva male, gli risposero che non si potevano ricevere telefonate personali, mentre tutti gli impiegati telefonano e ricevono comunicazioni dalla famiglia e amici. Durante una conversazione telefonica del titolare con il suo avvocato che mi è stata riferita, il titolare disse, parlando della mia persona, “Lunedì mattina vado sulla scrivania e ci faccio le mie feci” (per dirla educatamente). Tutto ciò è il minimo che racconto perché ad oggi mi trovo con circa 17 richieste di giustificazione, 8 cause in giudizio e 2 querele. Sono la sola in azienda a percepire lo stipendio dalla segretaria, mentre gli altri lo prendono direttamente dal titolare e sono sempre la sola a fare un rapporto giornaliero per iscritto delle mie 8 ore lavorative. Ho ricevuto le richieste di giustificazioni sempre di sabato in modo di rovinarmi il week-end. A Dicembre 1998 le ho ricevute il giorno della vigilia di Natale e anche la vigilia di capodanno. Purtroppo mi sono dovuta rivolgere ad un centro psichiatrico, ad uno psicanalista e prendere dei psicofarmaci. Soffro di ansia e ho uno stato depressivo, la notte mi sveglio di colpo piangendo. Come potrei esprimere come mi sento, solo chi vive questa esperienza può capire il male che mi è stato fatto.
Ho una figlia di 15 anni e un figlio di 12 anni che risentono di questo mio stato d’animo e ne soffrono. Mio marito anche se mi aiuta si sente trascurato. A volte ho dei giorni che non mi va di uscire, di vedere gli amici e di respirare, ma di chiudermi in casa da sola e non vedere nessuno. A questo punto potete pensare perché rimetterci la salute? Perché non è giusto tutto quello che ha fatto agli altri e a me, nessuno ha il diritto di calpestare la dignità di una persona in questo modo.
Mi faccio coraggio perché credo nella giustizia, nel sindacato che devo dire mi sostiene in questo tortuoso percorso e nel mio legale che mi ha offerto la sua assistenza gratuitamente”. Questa è la prima testimonianza di questa lavoratrice, adesso vi leggo l’altra che è una lavoratrice nel pubblico impiego.
“Lavoro in un Comune da oltre 13 anni. Ho dedicato al lavoro anche molto del tempo necessario alla mia famiglia. Per l’impegno dimostrato ho ricevuto molti encomi ed elogi, anche dalle diverse Amministrazioni che si sono succedute in questi anni. Da circa due anni però le cose sono cambiate e da “insostituibile” sono come per magia diventata “di troppo” e “scomoda”. A seguito a un rinvio a giudizio del Sindaco per fatti e cose a me estranei, tanto erano tesi gli animi in quel periodo che il dirigente mi rifiutò il permesso per recarmi in Tribunale, benché convocata come testimone per motivi strettamente personali. Forse il Sindaco e la Giunta hanno pensato che ero l’artefice delle numerose sofferenze giudiziarie del Sindaco e quindi hanno deciso di decretare la mia fine lavorativa. Il primo segnale è stato lo spostamento all’Ufficio informazioni, ubicato al di fuori della sede comunale, di seguito non mi venne più recapitata la mia posta e le mie lettere in uscita giacevano tranquillamente al protocollo. Gli incontri con il Sindaco venivano sempre rinviati e man mano venivo esclusa dai processi organizzativi e informativi del mio settore. Assistevo intanto, a repentini cambi di qualifiche di qualche mio collega, che nottetempo si ritrovava “premiato” mentre a me si chiedeva di andare ad affiggere i manifesti. Diventava sempre più difficile passare sei ore in ufficio a far niente senza impazzire. Intanto anche la linea telefonica sia esterna che interna veniva bloccata, isolandomi completamente. Il tutto ovviamente senza essere avvisata. Le telefonate che arrivano al centralino vengono respinte in malo modo e senza spiegazioni come se non lavorassi più in quel comune. L’unica mia compagnia è una scrivania vuota un telefono muto e la solidarietà di due colleghi.
Da circa sei mesi l’amministrazione ha assunto un mega dirigente galattico molto somigliante al famigerato Dirigente del rag. Fantozzi, il quale ha iniziato a controllare ogni mio movimento e i movimenti di alcuni miei colleghi anche loro poco graditi all’amministrazione. Negli ultimi quattro mesi ho ricevuto sei contestazioni di addebito per ferie richieste ed autorizzate, perché vado nella sede comunale. È difficile spiegare che nella stanza dove sono stata reclusa e isolata manca il bagno e non viene neanche pulita, forse in ottemperanza del Dlgs. 626/94 miglioramento della sicurezza e della salute dei lavoratori, perché parlo con una mia collega, anche lei con qualche contestazione di addebito in corso e addirittura mi controllano il tempo che rimango nella sede comunale. Com’è possibile chiedere il permesso per andare in bagno a 37 anni quando alcuni dei tuoi colleghi vanno al bar? L’escalation delle contestazioni supera ogni decenza e senza rispetto per la dignità per chi lavora. Un primo ricorso a una delle tante contestazioni sta per essere inviato al Pretore del Lavoro in considerazione che all’Ufficio di conciliazione l’Ente è stato più generoso, invece di cinque giorni di sospensione dal lavoro, si accontentava di una sola giornata, forse tanto per gradire. No. Grazie!.
Devo rimanere in ufficio a non far niente altrimenti fioccano i reclami, però a fine mese trovo sempre la mia busta paga, chi lo sa che penseranno i contribuenti? Come non impazzire? Hai voglia solo di urlare e piangere e intanto i mesi e la sofferenza aumenta, i tuoi nervi non ce la fanno più, iniziano le prime avvisaglie che stai crollando e non puoi farci nulla. La tua famiglia non sa come aiutarti e comunque ha bisogno di te!. Attualmente ho un aiuto psicologico e farmacologico per una forte depressione situazionale. Nonostante l’incubo che sto vivendo, se il signor sindaco pensa che io mi arrenda, si sbaglia. Signor sindaco, oltre a lottare per il mio lavoro devo difendere la mia dignità di persona e lavoratrice. Chiedo scusa per alcuni passaggi ironici ma devo pur sopravvivere”. Qui lascio ai presenti ogni riflessione.
All’inizio ho accennato ai dintorni legati al mobbing, pensando a tutti i lavoratori atipici di questo paese, LSU. Cooperative sociali, i nuovi contratti del pubblico impiego, ai portatori di handicap che sicuramente provano un profondo stato di disagio nell’affrontare il lavoro o il nuovo lavoro…. La legge sui lavori socialmente utili, è una buona legge, ma utilizzata senza nessun tipo di formazione e riconversione. I lavoratori che fino a ieri avevano lavorato in fabbriche tessili, meccaniche, ecc.., si vedono costretti a salire dietro i camion della raccolta dei rifiuti, oppure diventare necrofori. Penso anche ai lavoratori delle cooperative sociali sottopagati e sfruttati in nome e per conto dell’economicità, dell’efficienza e dell’efficacia della Pubblica Amministrazione. Oltretutto, si occupano di servizi alla persone, bambini anziani e disabili. Penso a quelle persone svantaggiate che quasi mai si vedono riconosciuta la propria dignità di persona e lavoratore. Sicuramente gli vengono negati dei diritti ma il loro disagio è molto più profondo e spesso questo disagio sfocia in frustrazione, ansia e depressione.
Che fare?
Penso a quattro punti fondamentali:
1) Occorrono corsi di formazione per educare i responsabili e chi gestisce le risorse umane nelle aziende e negli. Ma anche per i datori di lavoro, che dovrebbero comprendere che il mobbing incide negativamente sulla produttività e ha un costo elevato per le aziende.
2) Occorre attraversare la contrattazione integrativa di ente, predisporre appositi regolamenti o progetti antidiscriminatori.
3) Occorre pensare al riconoscimento di questa nuova malattia professionale, ma nel frattempo occorre dare attuazione al Dlgs n.626/94. infatti benché prevista è quasi sconosciuta la figura del medico competente al quale rivolgersi in azienda, non solo per la sicurezza e la salubrità, ma anche per casi di mobbing.
4) Occorre che chi si riconosce in questo fenomeno, abbia il coraggio di denunciare apertamente qualsiasi violazione della dignità personale e professionale, sapendo che nel sindacato troverà un alleato.
Concludo con una citazione del Professor Davoto fondatore della clinica del lavoro che diceva “Il lavoro è ammalato” cioè bisogna curare il lavoro per garantire la salute dei lavoratori. Grazie.

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