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| BETTY
LEONE |
| Segretaria
Nazionale Cgil.
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Innanzitutto
anch’io voglio ringraziare la Camera del Lavoro di Teramo che
come al solito ha dimostrato di essere molto aperta a quelle che sono
le tematiche nuove della discussione del lavoro e che quindi ci ha
offerto questa occasione di riflessione sulla quale anche noi al nazionale,
soprattutto per l’interessamento di Gigliola Tonoglio che dirige
l’ufficio Nuovi Diritti. Abbiamo questo ufficio che non a caso
si chiama “Nuovi Diritti” che tende appunto a difendere
da queste situazioni che sono di discriminazione che sono più
o meno chiare, più o meno evidenti, ma soprattutto vuole fare
un’azione rivolta alle nostre strutture, che riporti a un superamento
della nostra pratica sindacale, contrattuale dall’assunzione
di stereotipi e pregiudizi. Ora, sulla questione del mobbing, non
c’è dubbio che esiste anche questo, è indubbio
che noi abbiamo negli ambienti sindacali, spesso sottovalutato questo
fenomeno che, giustamente ci veniva ricordato, non era un fenomeno
nuovo, ma noi lo abbiamo sottovalutato come fenomeno che in realtà
riguarda gli atteggiamenti personali, individuali rispetto al lavoro
piuttosto che come un fenomeno che scaturisce dalle relazioni che
si attuano nell’ambiente di lavoro. Ora questa è una
questione abbastanza comprensibile, perché è vero che
tutte le situazioni che sono rapportabili a una discussione di relazioni
tra le persone , in questo caso di relazioni tra potere più
che di conflitto, dove le relazioni di potere non sempre sono come
qui abbiamo visto tra il capo e il sottoposto, cioè una relazione
di potere in qualche modo codificata e giustificata in un’idea
che il datore di lavoro, comunque, anche se fa uno scambio, difficilmente
questo scambio viene percepito come uno scambio alla pari, ma viene
percepito sempre come uno scambio dispari tra chi ha più potere
e chi ha denaro e chi invece, ha meno potere e per conquistare denaro
deve vendere il suo tempo e la sua vita. Questa è la percezione
che si ha. Ma rapporti di potere non soltanto classici, il mobbing
è caratterizzato da rapporti di potere individuali tra soggetti
che vivono nello stesso luogo di lavoro, cioè tra colleghi.
Che poi la parte spesso più complicata da dimostrare, perché
mentre è vero che è molto difficile nel c.d. mobbing
che sta nella stragia di azienda o nel datore di lavoro è pur
sempre difficile dimostrare la discriminazione come in tutte le questioni
che appunto attengono ai comportamenti alle relazioni tra gli individui,
è pur vero che è più semplice ricorrere agli
articoli del codice sia civile che penale che qui ci venivano ricordati,
quando l’azione viene imputata al datore di lavoro, proprio
perché al datore si riconosce il potere e la disparità.
Molto più complicato è dimostrarlo quando è applicato
dal gruppo di lavoro e spesso il mobbing dei colleghi del gruppo di
lavoro, è più dannoso, perché non è neanche
giustificato dallo stereotipo culturale che in fondo il datore di
lavoro un potere lo esercita. Ed è sempre più incomprensibile
per chi lo subisce, meno analizzabile e dunque più dannoso
sul piano della salute, sul piano del trovare delle soluzioni. Però
noi sappiamo che questo conflitto e questa situazione di malessere
appartiene comunque alle questioni di relazioni tra individui anche
nella nostra vita. Cioè il malessere che ci può essere
causato dalla poca chiarezza di rapporti personali con amiche, con
amici e con colleghi, non è solo attinente al posto di lavoro,
ma appartiene alla nostra capacità di governare le relazioni
tra soggetti e di dare a questi dei significati per la propria scelta
di vita. Allora perché definiamo comunque questo come un elemento
particolare dentro il posto di lavoro, perché spesso la sofferenza
psichica è molto forte anche quando questi rapporti relazionali
attengono a situazioni che non sono il posto di lavoro, penso alla
scuola che è un’altra comunità, parlo degli allievi
in questo caso e non di chi vive una situazione di lavoro in cui agiscono
situazioni di poteri con gli insegnanti o agiscono situazioni di conflitto
con i compagni di scuola che creano sofferenze psicologiche molto
forti. Allora perché noi diciamo che si tratta di fare non
solo una valutazione dei rapporti di poteri nelle relazioni umane,
cosa producono, come si producono, ma li dimensioniamo all’ambiente
di lavoro e pensiamo che sia una specificità dell’ambiente
di lavoro. Io credo che per discutere il Mobbing dobbiamo partire
da questa domanda, perché poi è lì che si trovano
un po’ le soluzioni. Io credo che è giusto pensare all’ambiente
di lavoro, perché l’ambiente di lavoro è comunque
una struttura collettiva che si organizza in un certo modo e così
com’è organizzata permette l’espressione dei rapporti
di potere tra persone in un modo o in un altro. Dunque, l’ambiente
di lavoro è amplificante delle relazioni distolte tra le persone
e delle relazioni c.d. di terrorismo psicologico, di annientamento
psicologico dell’altro quando la relazione non è sopportata
da soggetti come relazione normale e governabile. L’ambiente
di lavoro può essere costruito in maniera tale da facilitare
questi aspetti psicologici e in qualche modo a provocarli. Questa
è la questione sulla quale noi ci dobbiamo interrogare e forse
proprio per questo noi oggi ragioniamo di più sul mobbing,
rispetto ad anni passati. Non tanto perché noi siamo appunto
abituati adesso a ragionare in maniera più sofisticata avendo
superate le vecchie patologie classiche del lavoro anche avere il
tempo o l’opportunità di ragionare di altro, ma quanto
perché è proprio l’organizzazione del lavoro moderno
che tende a mettere in secondo piano il rischio lavorativo classico
come lo abbiamo conosciuto, il rischio fisico, la nocività
della sostanza, una volta c’era il silicio, l’amianto,
oggi non sono scomparsi, ma sicuramente, noi abbiamo studiato di più
l’organizzazione del lavoro moderno ha circoscritto il danno
di questi agenti, quindi emerge una situazione di rischio nuovo, perché
quello che agisce di più nell’organizzazione del lavoro
moderno è proprio il tipo di relazioni che si stabiliscono
tra soggetti. Non a caso noi diciamo oggi che siamo in un’epoca
post-terroristica dell’organizzazione del lavoro, cioè
un lavoro che passa dall’organizzazione gerarchica, all’organizzazione
delle relazioni. Questo lo abbiamo analizzato anche per altre situazioni
quando ad esempio abbiamo ragionato su come è possibile valorizzare
alcune capacità delle lavoratrici in particolare che sono particolarmente
predisposte ad un nuovo lavoro non più tanto gerarchico, ma
di relazione. È evidente che a questo punto se questo diventa
il nodo sul quale organizziamo il lavoro anche dell’impresa,
pensate a quanto oggi nell’impresa è importante tutto
il lavoro di marketing, il lavoro di vendita, il lavoro della relazione,
il lavoro di stare sul mercato. Mentre una volta il problema principale
dell’impresa era produrre, produrre prodotti che andavano sul
mercato e che comunque avevano un mercato perché il mercato
non era ancora invaso da un insieme di prodotti, pensiamo per esempio
al mercato classico dell’automobile, negli anni cinquanta, sessanta,
quello che era il punto d’azione dell’impresa era fare
più automobili possibili, quelle che chiamavamo le automobili
familiari perché si ….un mercato sempre di più,
c’era una richiesta, quindi il problema non era crearsi un mercato
e quindi agire sulle relazioni per vendere il tuo prodotto, quanto
quello di fare tante macchine, perché comunque il quel periodo
sarebbero state vendute. Oggi, la trasformazione dei prodotti, la
discussione anche sulla divisione del mercato di lavoro, porta ad
avere come fine fondamentale dell’impresa non tanto il prodotto,
quanto la vendita del prodotto, quindi la relazione cambia esattamente
il punto di organizzazione. Questo rende più facile l’azione
sulle relazioni, perché ha rotto anche un altro elemento che
era tipico dell’azienda ma anche degli uffici ai quali oggi
sempre di più, paradossalmente si applica invece un’organizzazione
di tipo aziendale. C’è una specie di rottura di quello
che era il meccanismo classico di una volta che apparteneva o all’identità
lavorativa dei soggetti che s’identificavano con il bene dell’azienda
e dell’impresa, c’era una relazione con l’impresa,
con l’azienda che ti dava identità in quanto tu partecipavi
a quel progetto che vedevi che era tuo. La seconda questione era che
questo si attuava attraverso una relazione con altre compagne, compagne
di lavoro che con te producevano la stessa cosa. La catena di montaggio
che è quanto di più alienante esiste, tuttavia creava
un gruppo che faceva riferimento là, in cui l’uno era
in relazione all’altro e facilitava una relazione d’interessi
comuni. La percezione di interessi comuni difficilmente crea quei
rapporti psicologici che portano alla competizione e che poi è
la competizione o meglio la concorrenza senza regole che porta la
volontà di sopprimere psicologicamente se non fisicamente chi
concorre con te, perché in un sistema di concorrenza senza
regole, io valgo tanto di più, quanto meno vali tu. Cioè
si è rotto lo stesso tipo di relazioni che c’era una
volta, la tipologia di lavoro di oggi è molto organizzata sull’affermazione
individuale anche dentro il gruppo di lavoro, anche dentro l’ufficio
e nell’azienda, punto che aggrava le relazioni, che accresce
le relazioni conflittuali. Perché ho fatto questa lunga discussione?
Per dire che se è così e se esiste da una parte l’ambiente
di lavoro che facilita questo e dall’altra però una cultura
che porta a vivere in un certo modo forse più forte il disturbo
delle relazioni personali sul lavoro, noi possiamo pensare che la
soluzione sia quella di un ennesimo disegno di legge? È vero
che in altri paesi come quelli nordici hanno nel loro ordinamento
riconosciuto il mobbing come elemento di reato. Io sono convinta comunque
che non è il riconoscimento come elemento di reato che risolve
il problema. Perché se il problema sta da un’altra parte,
certo, la legge riconosce un fenomeno sociale, non è mai senza
significato che si assume un progetto di legge, perché nel
momento in cui si assume un progetto di legge, si riconosce che quello
è un fenomeno sociale, cioè un fenomeno rispetto al
quale la comunità si deve dare delle regole. Quindi, da questo
punto di vista, ha comunque un valore positivo che è quello
dell’assunzione della responsabilità collettiva rispetto
a quel fenomeno. Però, se il fenomeno sta esattamente ed è
facilitato da com’è organizzato il lavoro e da come sta
il lavoro, probabilmente non è l’atto ultimo, cioè
la possibilità di denunciare il mio datore di lavoro o i miei
colleghi che mi difende, perché comunque quello è un
elemento che sta dentro il gioco conflittuale, ed è un elemento
che non ristabilirà mai la relazione tra il lavoratore, la
lavoratrice e i suoi colleghi. Alla fine, io posso vincere da un punto
di vista legale e questo è importante rispetto alla discriminazione
sociale, ma io potrò ancora lavorare con quel gruppo di lavoratori
che sono stati anche condannati? Cioè il fenomeno delle relazioni
sul mondo del lavoro è molto sottile, è molto complicato
e si lavora bene se si ha una serie di relazioni possibili. Una atto
conflittuale come quello della denuncia rompe immediatamente anche
la possibilità di queste relazioni, per questo ritengo che
non è la soluzione al mobbing, anche se penso che riconoscere
socialmente questa questione e dargli un valore sociale serva. Io
credo che più grande in questa analisi, non voglio interrompere,
ma qui è già stato detto che abbiamo gli strumenti,
ma che strumenti sono difficili, ma lo dico per dire che più
responsabilità secondo me viene a questo punto al sindacato,
perché è l’unico che potrebbe ragionare su come
si organizza il lavoro e su come un’organizzazione facilitata
o no relazioni di potere indiscriminato tra persone che non possono
mai essere giustificate. Allora, è possibile che questo interessi
l’azienda e che quindi è importante che ci sia una formazione
che faccia capire a un’azienda come il benessere psichico dei
propri lavoratori è un investimento per l’azienda stessa,
perché ristabilisce il rapporto di fiducia tra datore di lavoro,
tra azienda e poi lavoratori e lavoratrici che in ogni caso producono
lì e producono lavoro e sono l’immagine dell’azienda.
È anche vero però che questa cultura bisognerà
crearla anche attraverso un’idea diversa di contrattazione,
e in un’idea diversa di quella che noi chiamiamo la contrattazione
decentrata, cioè noi abbiamo voluto e difeso, non solo perché
pensiamo che ci debba essere un doppio livello di contrattazione salariale,
una che difende appunto i diritti generali dei lavoratori, quella
nazionale, ed un’altra che ridistribuisca la produttività
ai lavoratori, ma anche perché siamo convinti che oggi o si
è in grado di contrattare l’organizzazione del lavoro
e questo si può fare solo se ci sono strumento contrattuali
lì dove si vive e le creazioni di lavoro si creano, oppure
non è possibile intervenire su quella che è la salute
intesa nel senso lato. Questo vale per il rischio fisico, quello a
cui siamo più abituati a lavorare e quindi il ruolo dell’RLS
per esempio che noi abbiamo voluto perché fosse lì nel
luogo dove si produce il rischio, per evitare il rischio, quindi sia
per quella che riguarda la patologia classica tanto più per
quella che è la patologia più subdola che attiene proprio
a come si organizza la prestazione di lavoro e a come questa prestazione
di lavoro produce o meno relazione patologiche tra i soggetti che
producono attività lavorative. Questa è questione non
secondaria; noi stiamo ragionando da molto su questo aspetto anche
a partire per esempio dall’applicazione classica della L.626
cioè la legge, che come voi sapete, attiene a quelli che sono
i danni fisici al lavoratore. Però anche a partire da lì,
ormai, gli studi che abbiamo fatto in questi anni ci hanno dimostrato
che il punto vero di caduta, il punto di difesa della salute, non
sta tanto nell’attuazione di tutte le prescrizioni della legge,
quanto nella capacità di controllare l’organizzazione
del lavoro e di assumere nella strategia dell’azienda la sicurezza
dei lavoratori e in questo caso come strategia di impresa vera e propria,
quindi come strategia di investimento che può essere investimento
in corsi di formazione relazionali o meno o che può essere
investimento invece nella strumentazione di difesa nel c.d. superamento
del rischio, utilizzando macchine che producono meno rischio, ambienti
che producono meno rischio, ma deve stare nella strategia d’impresa
d’azienda, cioè quella strategia che si attua con gli
atti di bilancio o che quindi investono parte del profitto dell’azienda
nel benessere del lavoratore e delle lavoratrici e dall’altra
parte nel fatto che il sindacato assuma nella propria strategia contrattuale,
la contrattazione dell’organizzazione del lavoro. Questi, per
le condizioni del mobbing, rompe un’altra questione tabù
del sindacato ed è il rapporto tra contrattazione individuale
e contrattazione collettiva. Come voi sapete, noi del sindacato nasciamo
dall’idea che è la contrattazione collettiva, cioè
la ricerca ci interessi comuni che insieme difendiamo e che dà
forza a lavoratori e lavoratrici. Il sindacato esiste in quanto soggetto
collettivo e quindi ha sempre privilegiato la contrattazione collettiva,
dando per scontato che la contrattazione collettiva, cioè quella
che avviene sugli interessi che riguardano tutti i lavoratori di quel
gruppo o di quella situazione, di fatto difende ogni singolo individuo.
In realtà, l’organizzazione del lavoro moderna e appunto,
lo studio di alcune situazioni come quella del mobbing, ma non parlo
solo di questo, penso ad esempio sulla discussione che si fa sulla
relazione tra il tempo di lavoro e organizzazione del lavoro e possibilità
dei lavoratori di gestire il proprio tempo che è completamente
modificata nella modalità di lavoro moderno, perché
se nella vecchia fabbrica telerista il lavoro era molto pesante, i
tempi di quel lavoro erano molto certi. Si sapeva quando cominciava
un turno e si sapeva quando finiva, si sapeva quando c’erano
le ferie e quando stava chiuso. Il tempo era determinabile e quindi,
paradossalmente i soggetto potevano prevedere la loro giornata fuori
dal lavoro. Oggi, l’organizzazione del lavoro moderno, non permette
più questo, cioè il tempo non è più determinabile,
la c.d. flessibilità che ci viene richiesta dall’azienda,
è una progettualità che ci chiede di non avere progettazione
autonoma di tempo. Però, d’altra parte, quest’azienda
moderna o quell’ufficio moderno che deve stare al passo con
quell’azienda moderna, può avere quei vecchi metodi?
Può stare sul mercato globalizzato se non assume anche lei
la discussione sul non avere magazzini, cambiare la produzione a seconda
della richiesta immediata avere un’immediatezza di cambiamento
di lavoro,di organizzazione, di turni, si può stare sul mercato
senza questo? Se noi non cambiamo completamente il sistema cosa che
non sta nelle nostre mani, come fa il sindacato a difendere l’occupazione
se non affronta anche questa sfida?
Io credo che l’organizzazione del lavoro e della produzione
moderna non è tanto modificabile e che allora forse bisogna
lavorare su un altro settore, come si fa dentro questa organizzazione
a utilizzarla perché possa difendere e salvaguardare il diritto
di ciascun lavoratore, di ciascuna lavoratrice di avere la propria
vita e di progettare la propria vita. È possibile utilizzare
la flessibillità come elemento nel quale il soggetto può
scegliere, dove stare, come stare e quando lavorare. È tutto
un’altra questione che pone, come si mette insieme contrattazione
collettiva con contrattazione individuale?
Una lavoratrice che deve andare a prendere il bambino a scuola alle
tre perché la scuola è organizzata in quel modo, potrà
chiedere un nastro lavorativo che gli permetta questo, che gli permetta
una conciliazione tra la sua vita e l’azienda, mentre un’altra
lavoratrice che ha un altro orario fa il lavoro dalle quattro in poi?
Però per fare questo, il sindacato deve cominciare a contrattare
gruppo di lavoro per gruppo di lavoro, condizioni collettive e condizioni
individuali, deve cominciare ad essere e questa era in fondo l’idea
della RSU è ancora vecchi altrove del consiglio d’azienda
fatto con rappresentanti di ogni gruppo. Il sindacato deve avere un
interesse collettivo, deve avere presente tutta l’impresa, perché
non può avere elementi di discriminazione tra chi è
più forte contrattualmente e meno forte nell’impresa;
quindi, dev’essere il garante dei diritti contrattuali e dei
diritti lavoristici dei lavoratori e tuttavia deve imparare una flessibilità
di trattazione individuale che possa rispondere ai bisogni individuali
dei lavoratori e delle lavoratici. Anche il sindacalista e la sindacalista
devono imparare a ragionare del bisogno individuale. Questa secondo
me, è il mero antidoto al mobbing, perché se il sindacato
diventa questo e il sindacato diventa anche l’agente della ricostruzione
del gruppo lavorativo, dell’interesse del gruppo lavorativo
e ragiona sulle situazioni di potere che si stabiliscono a seconda
di come è organizzata quella lavorazione o quell’ufficio.
Badate che come si organizza un ufficio si capisce se in quell’ufficio
si vogliono valorizzare le professionalità di tutti, alti e
basse e costruire l’unità operativa di quell’ufficio
che volta per esempio negli uffici pubblici a costruire il valore
del lavoro pubblico, perché se quell’ufficio pubblico
ha la sensazione di qual è il prodotto globale che offre, cioè
il servizio al cittadino, allora si può ricostruire un’unità
di intenti tra i lavoratori che non facilita le relazioni di potere
e quindi l’esclusione di chi non sta dentro al meccanismo perché
si valorizza la missione dell’ufficio rispetto all’immagine
esterna e ciascuno di noi è importante se quell’ufficio
è importante. Cioè si tratta di costruire un modo molto
complicato dentro l’organizzazione del mondo moderno di fare
anche contrattazione, mettendo insieme contrattazione individuale
e contrattazione collettiva. Perciò quando noi facciamo questa
battaglia così forte tra contratto nazionale e contratto aziendale,
noi lo facciamo pensando non solo pensando alla contrattazione salariale,
ma lo facciamo proprio pensando alla possibilità di ricostruire
per il lavoro moderno un valore, perché altrimenti, se noi
non siamo in grado di ricostruire questo, sempre di più il
lavoro sarà visto come un elemento che ci produce reddito,
ma estraneo alla nostra vita e quindi elemento di sofferenza, perché
poi alla fine, noi abbiamo tante ore nel nostro lavoro perché
della nostra vita. Dicevamo una volta, otto ore per lavorare, otto
ore per vivere e per riposare, vuol dire che almeno un terzo, nel
caso migliore, quando ci sono le otto ore della nostra vita si spende
lì, delle nostre relazioni si spende lì, dei nostri
sogni, dei nostri desideri. Il desiderio di carriera o il desiderio
di essere valutato è un desiderio in stretta relazione con
la mia vita e con la mia autostima come soggetto al di là del
lavoro, fuori il lavoro, per questo è così complicato
discutere di mobbing e però capita come può essere devastante
il mobbing perché agisce sull’autostima cioè sull’unità
stessa dell’Io, del soggetto, allora l’insieme di queste
considerazioni e la battaglia che il sindacato sta facendo complessivamente
per ricostruire il concetto di valore del lavoro in una società
che tende a perderlo sempre di più è una battaglia molto
importante. Non è secondario che noi ci dedichiamo anche a
valutazioni apparentemente culturali sofisticate, come quello che
stiamo facendo qui stamattina, perché da qui un’idea
diversa di che cosa significa essere rappresentante dei lavoratori
e delle lavoratrici. Non solo chi difende il salario, non solo chi
difende che il lavoro che tu fai sia stabilito a livello che ti compete,
ma che tu possa avere una tua dignità professionale, a qualunque
gradino tu sia, una tua dignità professionale, perché
comunque il tuo lavoro è utile e infatti non a caso e qui gli
esempi più drammatici di mobbing che qui ci sono stati riportati,
sono quelli dell’esclusione dall’utilità del lavoro
e che cosa dicono queste testimonianze? Impazzisco perché non
faccio niente, perché nulla è più devastante
per i soggetto dell’idea dell’inutilità. Qualcuno
la può giocare di per sé, ma insomma sono pochi; i soggetti
non sostengono l’idea che la propria vita è inutile perché
parte della loro vita è inutile, questo è il punto.
Allora, se questo diventa uno degli elementi su cui si costruisce
la nuova patologia perché si costruisce una nuova patologia
sociale e non solo lavorativa, non è un caso che per esempio,
la discussione di questo oggi sia molto per esempio nelle società
anglosassoni e nella società americana dove vi sono interessi
comuni e quindi c’è un gruppo che si difende per cui
il mobbing è più difficile sia da parte datoriale che
da parte dei colleghi. Da parte dei colleghi perché sono più
legati dall’idea di un valore comune in quella situazione là,
in quell’ufficio là, da parte dei datori di lavoro perché
trovano un gruppo solidale, non un soggetto solidale, ma la rottura
di questo schema lavorativo, facilita invece nuovi meccanismi subdoli
di patologia del lavoro su cui bisogna più ragionare. Ciò
non significa naturalmente, altrimenti questo è un altro errore
che noi facciamo che così non ragioneremo più di amianto,
silicio e di macchine insicure e di edili che cadono dalle impalcature,
perché questa patologia rimane tutta, diciamo che però
se noi vogliamo difendere la dignità del lavoratore innanzitutto,
dobbiamo aprirci anche a un’altra cultura, non è più
solo quella della frontiera del lavoro moderno, ma la frontiera del
lavoro moderno non distrugge quella perché c’è
sempre in ogni modernità, c’è una cosa che ci
portiamo da dietro e che possiamo in qualche modo fare agire nella
nostra esperienza. Quando io dico che i sindacalisti e le sindacaliste
devono imparare un nuovo modo di mettere insieme contrattazione individuale
e contrattazione collettiva, se vogliono agire sulle condizioni di
lavoro veramente e quindi ridurre tutte quelle ragioni di disagio
psicologico che portano al malessere e quindi alla perdita della salute
se, come dicevano all’inizio, rimane la definizione dell’organizzazione
mondiale della salute come benessere psicofisico, quando dico questo,
dico che i sindacalisti hanno dietro un grande bagaglio al quale attingere
di esperienza perché in tutti questi anni, sempre penso agli
anni in cui noi abbiamo teorizzato i consigli di fabbrica, il rappresentante
di quel gruppo lì di lavoro, sempre noi abbiamo percepito,
soprattutto la nostra organizzazione, la CGIL la relazione con i lavoratori
non come una relazione asettica ma come una relazione che passava
anche attraverso l’assunzione del loro disagio sul lavoro; quindi
non è nuova per noi l’idea che il sindacalista, tante
volte abbiamo detto anche analizzato, viene percepito quasi come una
figura esterna, Cofferati dice nel suo libro “Siamo un po’
come a ciascuno il suo mestiere, non voglio essere come un prete moderno”,
perché viene dall’esperienza che si va, fa nei gruppi
di lavoro associati e quindi io credo che noi abbiamo una grande esperienza
che possiamo utilizzare, cioè non siamo senza strumenti rispetto
al mobbing, abbiamo degli strumenti che possiamo adattare a una nuova
situazione perché abbiamo imparato un modo di essere in relazione
innanzitutto di considerare i lavoratori e le lavoratrici persone,
portatrici di più bisogni e di non aver mai considerato altra
ricchezza del sindacato italiano rispetto a questa questione. Il fatto
è che noi non abbiamo mai considerato che fosse compito del
sindacato contrattare solo le condizioni di lavoro, ma noi abbiamo
sempre considerato che noi dovevamo contrattare solo le condizioni
di lavoro e le condizioni di vita di chi lavora. Il sindacato confederale
è nato così, la contrattazione territoriale, la contrattazione
sui servizi, sull’organizzazione delle città, sui tempi
è nata da questa percezione. Il sindacato italiano a differenza
di altri sindacati ha sempre pensato essere un soggetto politico generale,
fondato sul valore del lavoro, ma che ragione dell’organizzazione
sociale nel suo complesso. Questa è un’altra delle nostre
caratteristiche che ci facilitano l’approccio a questa patologia
nuova rispetto per esempio ai sindacati si altri paesi europei che
hanno un’altra tradizione. Allora, questa tradizione bisogna
farla valere, cerchiamo di farla ragionare su questo. La Camera del
Lavoro di Teramo ci sta provando, cerchiamo di trovare il primo strumento
dentro come noi organizziamo il nostro lavoro sui posti e la nostra
rappresentanza. Questo significa anche che diventiamo sensori, terminale
e che lì dove il nostro lavoro non ha frutti e ha bisogni di
giustizia, allora noi sappiamo che abbiamo al nostro attivo un lavoro
di patronato, un lavoro di tutela, un lavoro legale molto importante.
Per questo la nostra relazione con l’Università è
molto importante e anche i nostri uffici legali sono importanti e
tuttavia il nostro sensore sta lì, gli uffici legali noi li
dobbiamo percepire come il punto legale dove arriva la mancanza di
giustizia. Ma non è il lavoro del sindacalista, quello è
il lavoro di tutela che affianca il sindacato, è importante
perché noi dobbiamo garantire anche tutela ai lavoratori e
alle lavoratrici, per cui non dobbiamo percepire le nostre aziende
solo come quella di fare buoni servizi. La nostra prima azione è
quella di fare una buona organizzazione del lavoro, buona rappresentanza
dei bisogni dei lavoratori e delle lavoratrici anche quando non si
percepiscono essi stessi come facenti parte di un gruppo omogeneo
di lavoro. Io credo che questo è il punto vero, la strategia
da attuare che non riguarda solo il mobbing, ma riguarda il cambiamento
di cultura nostra rispetto alle nuove organizzazioni di lavoro. Senza
questo diventa molto più difficile agire perché come
dicevo prima, quello del mobbing è una specie di circolo vizioso,
cioè più c’è mobbing e meno c’è
lavoro perché si lavora meno volentieri e c’è
meno produzione vera. Ma meno produzione c’è e più
chi agisce sul mobbing trova elementi che avvalorano la sua persecuzione
e chi è perseguitato più si difende e più amplia
il fossato che lo divide dagli altri e lo isola, quindi è una
specie di circolo vizioso diabolico che si rompe solo con la costruzione
delle relazioni. Non è una via facile, ma non ci sono scorciatoie
nella società moderna, perché il punto vero della patologia
della società moderna è l’aver rotto le relazioni
sociali e il punto vero, allora, di azione di un soggetto collettivo
come il sindacato vuole essere, è la ricostruzione delle relazioni
sociali, non è una scorciatoia, ma non io non credo che vi
siano altre strade possibili per chi come noi crede e continua a credere
al ruolo e al valore di soggetti collettivi per la costruzione del
benessere degli individui, cioè che non crede che la frattura
della società moderna tra individuo e collettività sia
una frattura positiva. Noi pensiamo che sia una frattura negativa,
che si hanno vere opportunità individuali quando questa frattura
non esiste e la collettività può essere garante dei
bisogni soggettivi. Grazie
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