Più di 70 casi di
mobbing in un dossier raccolto negli ultimi due anni dalla Cgil
di Teramo. Quelle che seguono sono , in sintesi, le testimonianze
relative ai due procedimenti legali avviati, per la prima volta
nel nostro paese, con il sostegno del sindacato.
Il primo caso riguarda un'impiegata in un comune da oltre 13
anni. " Ho dedicato al lavoro anche molto del tempo necessario
alla mia famiglia. Per l'impegno dimostrato ho ricevuto molti
encomi ed elogi, anche dalle diverse amministrazioni che si sono
succedute in questi anni. Da circa due anni le cose però
sono cambiate, e da "insostituibile" sono come per incanto
diventata "di troppo" e "scomoda". Forse quelli
dell'attuale giunta hanno pensato che ero l'artefice delle numerose
sofferenze giudiziarie del sindaco e, quindi, hanno pensato di
decretare la mia fine lavorativa. Il primo segnale è stato
lo spostamento all'ufficio informazioni, ubicato al di fuori della
sede comunale. Di seguito, non mi venne recapitata più
la posta e le mie lettere in uscita giacevano tranquillamente
al protocollo.Gli incontri con il sindaco venivano sempre rinviati
e man mano venivo eclusa dai processi organizzativi ed informativi
del mio settore.Assistevo intanto a repentini cambi di qualifiche
di qualche mio collega , che nottetempo si ritrovava "premiato"
, mentre a me si chiedeva di andare ad affiggere i manifesti.
Le telefonate che arrivano al centralino vengono respinte in malomodo,
e senza spiegazioni, come se non lavorassi più in quel
Comune. L'unica mia compagnia è una scrivania vuota , un
telefono muto e la solidarietà di due colleghi.Com'è
possibile accettare di chiedere il permesso per andare in bagno
a 37 anni, quando alcuni dei tuoi colleghi vanno al bar? L'escalation
delle contestazioni supera ogni decenza, e senza rispetto per
la dignità di chi lavora".
Un caso analogo si è verificato in una fabbrica tessile
della Val Vibrata: la vittima del mobbing racconta come da due
anni la sua vita sia diventata un "tunnel nero". "
I rapporti con la ditta si sono incrinati da quasi due anni, prima
andava tutto bene. Ero responsabile dell'ufficio acquisti, il
mio lavoro era una parte importante ,gli ho dato tanto del mio
tempo, fino a trascurare la famiglia. Adesso mi trovo peggio di
un barbone, perchè almeno lui dalla società riceve
qualche aiuto, io in quella fabbrica non ricevo più il
saluto dai tre quarti dei dipendenti. Tutto è diventato
un inferno quando mi affiancai al sindacato e soprattutto quando
decisi nell'aprile 1998 d'iscrivermi e diventare rappresentante
sindacale.Era così insopportabile che avrei finito per
cedere, se un giorno il titolare non mi avesse minacciato dicendomi:"Alla
fine faremo i conti". Alla fine capii che dovevo far valere
i miei diritti. Sono successe le cose più cattive che si
possano immaginare.La stretta collaboratrice del titolare mi negava
perfino il materiale occorrente per il mio lavoro. A volte veniva
in magazzino e poi diceva al responsabile che non stavo facendo
niente e gli diceva "fagli fare gli inventari". Questo
quasi tutti i giorni. Soffro di ansie e ho uno stato depressivo,
la notte mi sveglio di colpo piangendo. Come potrei esprimere
come mi sento, solo chi vive questa esperienza può capire
il male che mi è stato fatto."